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Faccio copia e incolla



Faccio copia e incolla di un vecchio articolo trovato in rete di un' esperta psicoanalista, Simona Argentieri, con la quale condivido la postura nel vivere la professionalità.



Perché no (sui pareri degli psicologi sui casi di cronaca)

Le ragioni per cui un esperto non dovrebbe dare un parere su casi di cui conosce solo la superficie.


Simona Argentieri


25 Settembre 2024


Il titolo dell’articolo è “Perché no”, ma rigorosamente senza punto interrogativo in fondo. Vorrei infatti spiegare perché considero sbagliato esprimere pareri psicologici sui casi di cronaca e quindi non ho mai accettato di rilasciare interviste lampo sull’ultimo fattaccio di sangue.


Mi piace la cosiddetta divulgazione scientifica e la pratico da tempo con convinzione in entrambi i sensi. Sono grata a chi mi spiega in termini essenziali i concetti di un sapere estraneo; e tollero in anticipo che la mia comprensione avrà dei limiti. Simmetricamente penso sia una buona cosa poter comunicare a chi non appartiene allo stretto ambito della psicoanalisi i principi e le idee basilari della nostra disciplina. C’è un’alta tradizione di questo esercizio in Italia, a partire da Musatti e Servadio; Freud stesso era un ottimo divulgatore, capace di illustrare con chiarezza le idee più astratte senza impoverirle. Si può parlare di tutto, con umiltà e competenza, adeguandosi all’interlocutore. Però a certe condizioni: avere lo spazio e il tempo adeguati ed essere certi che l’interlocutore sia davvero interessato a comprendere.



Non sento in me alcuna contraddizione col rifiutare di rilasciare commenti al volo sullo stato psichico e le motivazioni profonde di madri che uccidono i loro bambini o di figli che accoltellano i genitori. Perché non si può e non si deve esprimere pubblicamente una valutazione diagnostica o prognostica su singoli individui.



È un divieto che si fonda su precetti deontologici elementari, che in passato erano considerati ovvii. A partire dall’obbligo di osservare il segreto professionale. Così, anche e tanto più se non sono nostri pazienti, non si devono (non si dovrebbero) usare gli strumenti dell’indagine psicologica per fare analisi ipotetiche sui giornali o in televisione di persone reali e viventi, neppure con il loro consenso (addirittura tempo addietro c’è stata una rovente diatriba a proposito del libero accesso ai Freud Archives della Biblioteca di Washington per stabilire dopo quanti anni fosse lecito diffondere i dati clinici dei pazienti dei pionieri della psicoanalisi).



Anche senza avventurarsi nel terreno del crimine, è lecito indagare nella dimensione immaginaria i risvolti depressivi di Amleto o i traumi infantili di Don Giovanni, ma non quelli dell’avversario politico in carne e ossa. Ricordo invece che anni fa una prestigiosa casa editrice mi chiese in totale buonafede di scrivere un breve libro su Berlusconi, delineando il suo profilo psicopatologico. E temo che abbiano considerato incomprensibile se non capriccioso il mio rifiuto di utilizzare i miei strumenti clinici per fare battaglia culturale. Tanto più che è oramai frequente insultare il nemico o il rivale con termini psicopatologici, tacciandolo di narcisismo o di perversione; ed è considerato spiritoso mettere su un simbolico lettino il personaggio del giorno.



Non so dire quali siano i limiti legali di tale tendenza, ma – a parte il cattivo gusto – sono convinta che la regola dell’interdetto a pubblicare supposizioni diagnostiche deve essere ancor più rigorosa a proposito dei casi della cronaca che riguardano le persone qualunque. Non solo perché è ingiusto, crudele appiccicare etichette su vittime e carnefici, a partire da notizie ancora incerte. Ma soprattutto perché non è possibile fare deduzioni diagnostiche attendibili sulla base di dati frammentari, approssimativi, di terza o quarta mano. Come puoi formulare un giudizio su un adolescente che uccide i familiari solo sul dato descrittivo rivelato dalla polizia e riferito dalla stampa? Senza sapere nulla della storia di quel giovane, di quella famiglia, degli antecedenti remoti?



Con tali premesse si possono dire solo banalità, genericità, sciocchezze; o peggio, l’intervistato può cogliere l’occasione per riaffermare i propri preconcetti.



Il fenomeno si sostiene sulla triplice collusione tra il pubblico, i giornalisti e gli esperti.



-Il giornalista, il mediatore dei mezzi di informazione, dice candidamente che il commento psicologico sull’orrore è ciò che la gente vuole e comunque il pubblico ha diritto di sapere (e ad ogni modo lo vuole il direttore). Non è certo un caso se solo MicroMega mi ha chiesto di scrivere liberamente qualcosa di critico in proposito; non sul singolo caso, ma sul problema generale di comunicazione mediatica. Altre testate radio-televisive o giornalistiche, infatti, hanno sempre sbrigativamente declinato la mia proposta di analizzare la questione più a fondo (l’ho fatto spesso, come alternativa al rifiuto di rilasciare il parere lampo, più per puntiglio che per la speranza di una accettazione). Mi è sempre stato chiaro che l’intervistatore continuerà per la sua strada; perché nell’agenda il mio nome compare nella pagina della ‘A’, ma basta sfogliare poche pagine per trovare chi di buon grado gli dirà di sì.



-Il pubblico a sua volta invoca il bisogno di essere aiutato a costituire di senso eventi straordinari e inquietanti; per contenere l’angoscia, per capire e magari imparare a prevenire potenziali sciagure.



-L’esperto, infine, si dichiara investito della missione di illuminare la mente della gente comune e di offrire benevolmente la sua scienza ai profani.



Tutti ottimi ragionamenti, segnati però a mio avviso da note di insincerità e di ambiguità.



In larga misura temo che ciò che davvero il pubblico vuole non sia capire davvero (un’autentica, seppur morbosa curiosità sarebbe il male minore), ma placare rapidamente l’angoscia evocata dai delitti per poter concludere che la cosa non lo riguarda e girare pagina, rassicurandosi con la conclusione che tali nefandezze riguardano gli altri. In questa linea, la diagnosi perfetta è quella di pazzia dell’autore del crimine, intesa quale stato alieno e oscuro, eccezionale (come se non ci fossero stati decenni di riscatto dei pregiudizi sulla malattia mentale). Il nostro malessere è autentico, ma il rimedio è pessimo. La risposta più gradita è comunque quella che va a confermare ciò che già pensiamo.



Lo sanno bene, a fiuto, gli intervistatori, che rivolgono al professore di turno domande che hanno già la risposta inserita nella domanda (così si fa prima): “Perché oggi i genitori non parlano con i figli?” o “Cosa pensa del fatto che le donne sono più dipendenti?”; o ancora “Cosa bisogna fare per aiutare a uscire dalla crisi i nostri giovani?”, dando per acclarata la loro premessa.



Per quel che riguarda gli esperti, la spiegazione è ancora più facile. Sia pure con buone intenzioni, amano esibire un sapere, sentirsi in possesso della chiave dei dilemmi, mostrarsi come maestri di vita, magari citando il loro ultimo libro. Dicono a loro volta in tono pensoso e dolente sempre le tre o quattro teorie che confermano il già noto e che il pubblico è pronto a sentirsi dire (le cause sono il mancato dialogo tra genitori e figli, il covid, internet, la perdita dei valori, le canne, la caduta dei valori…).



Il punto essenziale è che – considerazioni legali, estetiche, morali a parte – non è possibile dire niente di attendibile in poche battute a partire da dati minimi e inaffidabili.



Ogni tragedia ha radici multiple: psicologiche e sociali, individuali e famigliari; culturali; biologiche e talora psico-patologiche.



L’unica risposta corretta degli esperti dovrebbe essere: “Non lo so, non lo sappiamo”.



In qualsiasi circostanza banale o tragica non basta la descrizione dell’evento concreto per capire le motivazioni del protagonista di un comportamento violento; bisogna capire non solo quale sia l’impulso di base – aggressivo, eccitato, angosciato… – ma anche quale sia il livello di maturazione dell’io e il grado del controllo degli impulsi; e soprattutto la capacità di quel singolo individuo di esprimere un giudizio di realtà. Penso ad esempio ai casi di cosiddette psicosi bianche, con aree deliranti che coesistono con aree relativamente ben funzionanti, che possono attivare comportamenti irresponsabili. Oppure, per contro, a circostanze nelle quali il delitto è basato sulla convinzione di un “diritto” nel contesto di una mentalità distorta famigliare o sociale.



Chiedersi se tutto questo sia prevedibile – e quindi se sia possibile prevenirlo – è una domanda ancora più complicata e da articolare che suscita ulteriori quesiti sulla storia personale, famigliare, sociale del soggetto. Non ci basta certo che i vicini di casa ci dicano che “era una persona così gentile…”.



Una analisi psicoanalitica prevede tempo, attenzione, raccolta minuziosa di dati. Quello che attualmente prevale – come sostengo da tempo anche su MicroMega – è invece il viraggio verso una psicosociologia a bassa definizione, che parla per categorie (del genere “i nostri ragazzi”).



Aggiungo che sarebbe confortante se prima di affermare che i delitti dei padri o dei figli, degli uomini o delle donne o degli immigrati “sono in preoccupante aumento”, si fornissero delle cifre statistiche raccolte con rigore e competenza. Dell’aumento “percepito” – come la temperatura – ne faremmo volentieri a meno.



In breve, la giostra inarrestata di “pareri” e diagnosi prefabbricate non solo è scorretta e inattendibile, ma è anche nociva. Il peggio è che tutto questo oramai è diventato normale. Perché aiuta a non pensare; tiene a bada l’ansia, rassicura; ma ogni meccanismo difensivo da sentimenti penosi – dal diniego, alla proiezione, alla rimozione… – ci lascia più fragili e impreparati rispetto alle difficoltà della vita reale.


 
 

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